Crea sito

Siamo disposti a sacrificare il cinema?

Il cinema e le serie tv sembrano mondi immutabili, eterei, sempre a disposizione. Eppure, se si guarda più a fondo, si riusciranno a scorgere le prime crepe nelle quali il coronavirus si insinua.

Dal 2006 al 2015 99 monosala hanno chiuso i battenti, mentre, nel frattempo, 20 strutture con più di sette sale inauguravano la loro attività. La distribuzione ha assistito all’ingresso nel mercato a una maggiore presenza del privato. Infatti fino al 2007 la maggior parte delle pellicole viveva sulle spalle delle sovvenzioni statali e della produzione diretta della RAI.

Secondo i dati Cinetel, ancora nel 2018, per poco meno del 50% il profitto cinematografico deriva dalla visione nelle sale. I giganti della pay-tv come Netflix e Amazon costituiscono solo meno di un quarto dei guadagni della settima arte.

Il blocco dei cinema (secondo le ultime previsione fino a marzo 2021, ndr) non incide sui grandi distributori americani, come Universal e Disney, ma sulle realtà statali. La stessa Medusa Film dal 2012 al 2017 ha subito una riduzione degli incassi dal 35 al 17%. È necessario anche riflettere sull’esistenza delle piccole case di produzioni, luoghi d’origine dei film d’autore e dei maggiori esperimenti artistici. Basti pensare che la loro attività costituisce solo il 17% del mercato e, senza di esse, quest’anno non avremmo visto un capolavoro come Parasite.

Scena del film Parasite. [Fonte: Twitter]

La crisi che ora sembra avanzare ha in realtà radici solide e la pandemia globale non fa altro che sferrare il colpo di grazia. Non bisogna però limitare il proprio sguardo all’aspetto economico, ma è necessario rivolgersi anche alla valenza artistica del cinema.

La mutazione del cinema ai tempi del coronavirus

Cosa diventerebbe il cinema se mutassero la sua essenza e i suoi mezzi? Ha fatto scalpore l’intervista a Martin Scorsese nella quale il regista ha dichiarato che «Il cinema è morto». Non è obbligatorio concordare con la sua radicalità, eppure il pericolo rimane palpabile.

La natura del grande schermo è sempre stata legata alla sua fruibilità. Con l’avanzamento tecnologico, il 3D, gli schermi Imax, la stessa produzione ha subito dei mutamenti. Il cinema si lega indissolubilmente al suo mezzo di riproduzione e la pandemia lo costringe su un semplice computer.

Con quel balzo la sua immersività si sgretola e con essa la sua capacità di farci sentire parti di un’altra realtà. Diventa pura rappresentazione su schermo, sempre colma di pensiero ed emozioni, ma priva dell’abilità di farci sentire altro e di liberarci dall’esperienza di essere noi stessi per qualche ora.

Il problema che il virus ci pone di fronte è quello di riuscire a pensare a un cinema che non sia più quello che conosciamo. Il gruppo The Space ha intenzione di rilasciare una piattaforma online a pagamento attraverso cui vedere i film di nuova uscita. Il cambiamento del mezzo impone una riflessione obbligata sul concetto stesso dell’arte messa in questione. Alcuni teorici del cinema del Novecento, si prenda come esempio Kracauer, hanno sempre ritenuto la settima arte una forma di distrazione. In particolare le pellicole di serie B, erano accusate di non smuovere l’individuo da se stesso, costituendosi come un semplice passatempo.

A oggi il destino del cinema sembra pressoché inesorabile. Qualsiasi soluzione proposta richiede sempre un sacrificio. Siamo disposti a sacrificare quello che pensavamo della settima arte per adattarci? O siamo disposti a sacrificare il cinema, rendendolo un passatempo come tanti?

3 Risposte a “Siamo disposti a sacrificare il cinema?”

I commenti sono chiusi.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: