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Conte e il lontano ricordo dell’equilibrio

Dalla nascita della Repubblica italiana, la tenuta dello Stato si è fondata su un binomio essenziale: governo e opposizione.
Fondato su una maggioranza elettorale, il governo si occupa della gestione del paese, della sua amministrazione e dei suoi mutamenti.
L’opposizione si scaglia con forza contro il muro infrangibile dei “vincitori”. Ne cerca le falle, scava in profondo per mostrarne le contraddizioni e instillare il dubbio.
Nonostante ne fosse esterno, il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga fu la prima carica istituzionale ad abbandonare un atteggiamento di imparzialità. Le sue frasi provocatorie e pungenti volevano colpire il sistema politico immobilizzato e alla deriva, come fossero “picconate” ai pilastri dello Stato. Criticato al tempo, a posteriori possiamo riconoscere che, senza di lui, la consapevolezza e il coraggio per intraprendere Tangentopoli non sarebbero mai potute affiorare in superficie.

Francesco Cossiga. Fonte: Twitter


I polemologi (gli appartenenti alla disciplina che studia la guerra) ritengono che una situazione di emergenza assoluta possa giustificare qualsiasi comportamento, anche al di fuori del diritto. Questa teoria venne utilizzata per giustificare Hiroshima e Nagasaki, i bombardamenti sulla Germania e ogni strage seguente.
Ma negli anni Novanta la situazione era così alla deriva? Probabilmente no e le critiche a Cossiga sono legittime.
Le parole di Conte dell’ultima conferenza stampa hanno scosso gli equilibri politici, creando, per la prima volta nella Repubblica, un precedente. Il Presidente del Consiglio ha abbandonato il suo ruolo istituzionale e ha gettato a terra la sua maschera di imparzialità.
Questo comportamento può essere giustificabile? Siamo in guerra? È un emergenza assoluta? A quanto pare sì e la situazione richiede risposte straordinarie.
Eppure l’evento si svolge su un piano complicato. La politica è un luogo ambiguo: i personalismi e i dissapori devono scontrarsi con il bisogno di intesa e compromessi. Nelle aule del Parlamento vige un “equilibrio del terrore” che può crollare a ogni singola parola. I partiti si attaccano costantemente, minacciando di mettere in campo armi sempre nuove, rivelazioni o interviste sensazionalistiche.

Il tacito accordo che ha sempre avvolto il Governo nel silenzio è scomparso. Il desiderio di un’unità nazionale in tempi di crisi sembra allontanarsi sempre più. La volontà dell’opposizione è sempre stata implicitamente chiara, nonostante mutasse a giorni alterni. La volontà di Conte di creare un fronte unico sfuma per un colpo mortale che si infligge da solo. Scoperto e disarmato, non può fare altro che aspettarsi un contrattacco di cui non conosce la portata.

Giuseppe Conte e Matteo Salvini. Fonte: Twitter


Le parole di Conte sono umane, corrette ed emergenziali. Per questo giustificabili. Non si riesce però a cogliere la loro utilità. Conte non è ancora stato elevato a deus ex machina dello Stato italiano. Fino ad allora la sua carica è appesa ad un filo sottile, stretto tra la morsa delle opposizioni.
“Devo fare nomi e cognomi”. Giusto, empatico, comprensibile ma poco politico.

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