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Covid-19, cosa hanno perso le donne con la pandemia?

Covid-19 donne

Tra pochi giorni inizia la tanto agognata “fase 3”, già ribattezzata dai più scettici la fase del “liberi tutti”. Mentre si cerca di giostrarsi tra una ritrovata libertà e interrogativi circa la nostra coscienza civica, il ritorno al “mondo di prima” solleva dubbi e incertezze. Per capire meglio se stiamo ricostruendo su basi solide o se serva demolire dalle fondamenta è necessario tirare le somme su una delle categorie più colpite dalla pandemia, e non solo in termini clinici: le donne.

Secondo l’EIGE (European Institute for Gender Equality, con sede a Vilnius) il 76% dei cosiddetti “frontline workers”, che abbiamo imparato così bene a conoscere e ad apprezzare durante questa pandemia, sono donne.

Covid-19 donne

Le donne rappresentano la maggior parte dei 49 milioni di addetti alle occupazioni di cura (occupazioni spesso in nero e non dichiarate) in Ue. E ancora, ci rivelano i dati dell’EIGE: appartengono al genere femminile il 93% degli operatori di assistenza all’infanzia, l’86% degli operatori sanitari, il 95% degli addetti alle pulizie e aiutanti domestici (dati provenienti dai 27 Paesi dell’Unione europea). Tutte professioni, queste, che, seppur essenziali in tempi di pandemia e non solo, sono straordinariamente sottovalutate e sottopagate. L’Ue conta anche 1.8 milioni di addette all’assistenza di anziani e disabili, più dei tre quarti del totale. Ma non solo professioni sanitarie e di cura: le donne rappresentano, infatti, l’82% degli addetti ai lavoratori nei supermercati. Una categoria, quest’ultima, fortemente colpita dal Covid-19 in quanto fin da subito in prima linea senza le adeguate protezioni. Se i dati dimostrano che le donne rappresentano la maggior parte dei front-line workers , è anche vero che altre analisi mettono in luce come a morire di Covid-19 siano soprattutto gli uomini. Da qui, l’idea che le donne siano meno vulnerabili al contagio – e che debbano quindi essere “mandate avanti” nel momento in cui le misure di distanziamento sociale vengano allentate.

Covid-19 donne

Graziella Bertocchi, professoressa di Economia all’Università di Reggio Emilia, in un articolo dal titolo “Covid-19 Susceptibility, Women and Work”  mette in luce come le politiche che contano sulle donne per sostituire gli uomini durante il periodo di lockdown e post-lockdown tendano ad aggravare certe problematiche piuttosto che sanarle.

Bertocchi osserva come non sia possibile fare uno studio comparato dei dati riguardanti mortalità maschile e femminile se non si tiene conto anche dell’età: “Fino al 6 aprile 2020 risultano in Italia oltre 124.500 casi diagnosticati di Covid-19, di cui la maggioranza (il 53,1 per cento) effettivamente di sesso maschile. Suddividendo i dati per fasce di età, si nota tuttavia che tra i 20 e i 49 anni il numero di casi è in realtà maggiore per le donne. Per esempio, nella fascia 20-29 i maschi sono solo il 43,3 per cento” – spiega la ricercatrice. “È soltanto dopo i 50 anni che tra i contagiati le donne sono superate dagli uomini, per poi prevalere di nuovo nella fascia degli ultranovantenni, tra cui sono più rappresentate per motivi demografici.”

Letalità a parte, dunque, occorrerebbe avere a disposizione dati disaggregati che valutino il ricovero in terapia intensiva e la necessità di cure e che rendano possibili un effettivo confronto tra il decorso della malattia tra i due sessi – e che per ora ancora non sono disponibili. Bertocchi continua: “Sono state avanzate ipotesi di tipo biologico, genetico, epidemiologico, comportamentale. Per esempio, le donne potrebbero essere più protette grazie al loro diverso equilibrio ormonale, alla minore incidenza tra di loro di fumo e co-morbilità, al loro atteggiamento tendenzialmente più ligio di fronte alle norme, alla loro abitudine a un più frequente lavaggio delle mani. Nessuna di queste ipotesi è però stata modulata in base all’età, elemento che invece appare decisivo alla luce dei dati”. Insomma, la tesi secondo cui le donne siano meno vulnerabili al virus non regge alla luce di un confronto metodico di incidenza della malattia tra donne e uomini con le relative fasce di età.

Il mondo post covid-19 delle donne

Sempre sulla falsariga delle indagini occupazionali nel post-Covid lockdown, un gruppo di ricercatori americani, in un articolo dal titolo “The impact of the Coronavirus pandemic on gender equality” ha precisato che, mentre negli scorsi periodi di recessione sono stati gli uomini a correre i maggiori rischi di disoccupazione, questa volta toccherà alle donne. Se durante le crisi economiche precedenti i settori e le occupazioni ad essere maggiormente colpiti erano quei lavori inerenti alle costruzioni, alla manifattura, al commercio e al trasporto in cui erano tipicamente impiegati più uomini  (46%) che donne (24%), secondo i dati USA – a perdere il lavoro durante questa quarantena sono state più appartenenti al genere femminile, occupate in lavori che sono meno convertibili in smartworking. E’ inevitabile, sottolineano gli studiosi, come queste perdite di lavoro porteranno irrimediabilmente ad un aumento del tristemente famoso gender wage gap.

La chiusura delle scuole ha inoltre aggravato ulteriormente la sproporzione nella divisione dei compiti domestici: anche nei casi in cui entrambi i genitori lavorano full-time, sono le donne a farsi carico del 60% di cura dei figli e della casa, non potendo contare sulla presenza dei nonni, in quanto per età la categoria più a rischio durante questa pandemia. Il carico di lavoro è indubbiamente più gravoso nel caso dei genitori single, per la maggior parte madri.

Se la pandemia ha avuto notevoli ripercussioni sullo stato occupazionale femminile ha, del resto, contribuito ad aggravare situazioni già fortemente a rischio: se per una donna, in Italia, era difficile avere accesso alle procedure di interruzione di gravidanza nel periodo pre-Covid, nel bel mezzo della pandemia è diventato praticamente impossibile. Come riporta il sito openDemocracy: “attiviste per i diritti delle donne hanno denunciato che diversi ospedali in tutto il paese hanno sospeso gli aborti farmacologici [ durante il periodo di lockdown, ndr]. Altre strutture sono state trasformate nei cosiddetti ‘ospedali COVID’ e hanno sospeso tutti gli altri interventi chirurgici, inclusi i servizi di interruzione volontaria di gravidanza (IVG)”. Un’occasione ghiotta per il gruppo ultra-conservatore ProVita e Famiglia, spiega openDemocracy, il quale ha lanciato una petizione online chiedendo di sospendere a livello nazionale tutti i servizi IVG, in quanto: “Durante la pandemia, l’aborto non è un servizio essenziale”. Durante l’emergenza Covid-19, diversi ginecologi pro-choice hanno notato una tendenza alla riduzione delle possibilità di aborto, in particolar modo nel Nord Italia.

Marina Toschi, ginecologa dell’Associazione AGITE (Associazione Ginecologi Territoriali) ha spiegato a openDemocracy che gli aborti farmacologici sono stati sospesi in numerosi strutture “per evitare molteplici accessi all’ospedale”. Il problema sono le linee guida sull’IGV previste dal Ministero della Salute, che decretano che le pillole abortive siano somministrate in ospedale. Toschi ha criticato duramente tali regolamenti, definendoli “assurdi”,  e sostenendo che l’attuale emergenza ha amplificato ostacoli già precedentemente esistenti nell’accesso all’aborto farmacologico. In Inghilterra, il governo ha approvato la somministrazione di pillole abortive in casa, mentre in Italia (dove non si può superare il limite di sette settimane di gestazione per abortire), la SIGO (Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia) ha soltanto rilasciato informative base circa la gravidanza, il parto e l’allattamento in tempi di emergenza sanitaria. Una dimenticanza, quella del diritto alla salute della donna durante un periodo di crisi, che non tarderà ad avere strascichi anche dopo che la pandemia sarà arginata.

Per porre un freno a tutte queste problematiche e tante altre derivate dal periodo di crisi mondiale e non, l’EIGE fa un richiamo al Gender Mainstreaming (o “integrazione di genere”): una serie di policies, programmate a livello istituzionale, che si pone l’obiettivo del raggiungimento dell’uguaglianza di opportunità tra donne e uomini in ogni ambito della società e che prevede l’integrazione di una prospettiva di genere nell’attività di realizzazione delle politiche. L’impegno delle istituzioni europee in questo ambito è stato rinnovato con lo “Strategic Engagement for Gender Equality 2016-2019”, in cui tutti gli organi europei si impegnano per il raggiungimento della parità di genere ad ogni livello. Ma lo zelo europeo solo non basta: il Lussemburgo ad oggi è l’unico paese europeo che si è dotato di un Ministero per i diritti delle donne, mentre in Italia il Dipartimento per le Pari opportunità fa capo direttamente alla Presidenza del Consiglio dei Ministri.

L’EIGE sottolinea in particolar modo l’importanza che le donne detengano sempre un posto al tavolo delle trattative, in particolar modo nell’ambito di strutturazione di progetti e di risoluzione di tematiche che le coinvolgono direttamente. Per dirla come farebbe Elizabeth Warren, d’altronde: if  you don’t have a seat at the table, you’re probably on the menu”.

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