Crea sito

Caso FCA e il dumping dell’Olanda: è giusto concedere un prestito pubblico italiano?

FCA

Chissà quante volte sarà capitato nelle stanze dei bottoni di parlare di “salvataggi”, ogni tanto si tratta di banche, altrimenti invece di grandi aziende. E ogni volta che si tasta l’amarezza di mettere mano alla cassa pubblica per soccorrere qualcuno si risentono le stesse parole. Vengono definiti, per indorare la pillola, “settori strategici” per il nostro paese. Tuttavia, da qualche decennio a questa parte si ha come una sensazione condivisa fra vari osservatori. Sembra proprio che queste aree strategiche le dobbiamo spartire con qualcuno, magari con qualche paese dell’Unione Europea, anzi, dell’Eurozona.
I nomi, sono sempre quelli: Olanda, Lussemburgo, Ungheria e Irlanda.

Reminiscenze storiche ci dicono che dal 1994 i più discussi, ovvero i Paesi Bassi, tentino disperatamente di aggiudicarsi l’esclusiva attrattiva dei gruppi di rilievo internazionale. Dietro c’è l’accurato lavoro, così è sembrato, di vari organi istituzionali delegati alla programmazione economica.

La storia di un’Olanda alla stregua dei paradisi fiscali

Sembra passato ormai molto tempo dal semplicissimo, si fa per dire, meccanismo “Check the Box”. Quest’ultimo prevedeva l’istituzione per le società straniere di una filiale Olandese dove dichiarare ciò che non si voleva versare in madrepatria e viceversa. Poi arrivarono nuovi metodi sempre più complessi, come quello delle azioni che diventavano all’occorrenza obbligazioni in vista di oneri tributari. L’ultima moda, si permetta di definirla tale, è stata quella dei ricavi aziendali trasformati in royalties, con regimi fiscali agevolati.

E qualcuno potrebbe, come già spesso si fa, rievocare il tormentone sovranista dell’inutilità dell’Europa, dell’assenza di controllo sulla competizione interna. Possiamo affermare che si tratta di argomentazioni che, in riferimento al caso specifico, lasciano un po’ il tempo che trovano. Non tutti sanno che nel corso degli anni l’UE ha, mediante i suoi organi competenti, emanato direttive che puntano a ridurre l’ambiguità fiscale. Ambiguità che avvolge tante società rivoltesi all’Olanda per gestire i propri conti. Annoveriamo fra queste direttive la ADAT 2 contro l’evasione fiscale. Si è tentato, a livello comunitario, di chiedere una tracciabilità delle transazioni transfrontaliere, per scongiurare il ricorso a lontane offshore che fossero collegate all’Olanda.

Il punto è che dobbiamo riconoscere a chi polemizza che c’è ancora molto da fare sul tema dei marchi registrati in Olanda. In effetti, se qualcosa si è mosso, è probabilmente per un senso comune che ha improvvisamente contraddistinto alcuni stati. Perché anche i paesi che di solito reputiamo più conservatori come la Germania sembrano non gradire molto la concorrenza olandese. Pare che la Germania perda circa 19 miliardi di euro all’anno per tasse mancate. Soldi che finiscono invece in paesi interni all’UE, una buona parte di questi, proprio in Olanda.
Un bel tema, in questo senso, è la normativa comunitaria che per ora per decisioni in materia fiscale prevede l’unanimità dei paesi. E’ inutile dire che a tal proposito c’è un conflitto di interessi non irrilevante.

Il governo italiano e il decreto per renderci attrattivi, basterà?

In un momento di difficoltà come quello che l’Europa sta attraversando, pare verosimile che le nazioni si interroghino sulla legittimità della situazione attuale. Ma la verità non pende mai in un solo piatto della bilancia, o perlomeno così sembra anche in questo caso. Il discorso è ben più ampio secondo gli analisti più attenti, nonché importanti studi legali che si occupano di materia tributaria per grandi investitori. Sarebbe impareggiabile la fluidità legislativa che possiamo trovare in Olanda.

E in questo caso ripiomba nel nostro percorso riflessivo la stretta attualità. Pare infatti che la questione sia ben nota al Presidente del Consiglio Giuseppe Conte. In una delle numerose conferenze stampa che abbiamo visto recentemente il Premier avrebbe risposto ad una domanda sul tema. Dalla risposta evinciamo che si stesse lavorando nel governo italiano ad un “decreto semplificazione” che contenesse anche un cambiamento del diritto societario. L’obiettivo sarebbe stato quello di avvicinarci alla normativa in vigore in Olanda, in modo da rendere più competitiva l’Italia.

Non c’è solo una ragione per definire l’Olanda il paese ideale per le multinazionali

Mettiamo in chiaro, senza contare sotterfugi fiscali già esemplificati, che in Olanda le contribuzioni sui profitti versati agli azionisti sono più basse che in Italia. Ma non è questa la caratteristica più attraente per le grandi imprese, il tema vero riguarderebbe invece l’aspetto legale della governance. In Olanda vige un voto multiplo che consente agli azionisti più rappresentativi di una società di avere più capacità decisionale. Quindi ad esempio la possibilità di evitare attività in borsa che pregiudichino il lavoro dell’amministrazione. In pratica i soci più anziani possono avere più voti nell’assemblea dei soci rispetto a quelli nuovi nonostante la loro quota risulti inferiore. Questo fatto permetterebbe a holding come Exor, posseduto dagli Agnelli, di dormire sogni più tranquilli.

Inutile dire che chi ne parla bene ne fa una questione più generale. L’Olanda avrebbe leggi, tempi processuali e burocratici più snelli e semplificati, e questo di per sé comporta un vantaggio per la competitività.

A proposito di sedi legali fuori-porta, la FIAT…

Ma veniamo ancora rapiti dall’attualità che ci porta a dibattere proprio degli Agnelli, o meglio di quella che nel tempo è diventata una multinazionale miliardaria come FCA. E’ per quest’ultima la volta di un nuovo soccorso statale che potrebbe assecondare la richiesta di un prestito mediato da Intesa Sanpaolo per 6,3 miliardi. Questa cifra dovrebbe essere compatibile con il tetto del 25% sul fatturato previsto dal decreto liquidità.

E subito montano le polemiche di chi solleva dubbi “sull’italianità” della cara vecchia Fiat, o della nuova FCA. E ancora qualcuno teme che la fusione annunciata con la francese PSA possa comportare delle difficoltà commerciali per la produttività nostrana. Ma ci sarebbero delle considerazioni da fare. In primo luogo la disponibilità annunciata da FCA a impiegare i soldi a cui ci riferiamo direttamente nel tessuto economico di FCA Italy. Sostanzialmente parliamo dell’opportunità di sollecitare investimenti per una produzione svolta in Italia.

E in tal caso si configura l’opportunità di sostenere un insieme di stabilimenti, colpiti dalla crisi da pandemia, che contano pressappoco 55 mila dipendenti. E poi, lo sappiamo, ogni volta che si discute di grandi imprese come queste, si valuta l’influenza su centinaia di aziende che operano nel territorio circostante. Queste contribuiscono ma allo stesso modo beneficiano della produzione. Nel caso della FCA Italy si stima un indotto che implichi il lavoro quotidiano di 200 mila persone.

Dove FCA paga le tasse

Dunque, in teoria la sede fiscale del gruppo sarebbe localizzata nel Regno Unito. La sede legale come sappiamo si trova in Olanda, ed è per questo che si è parlato di contributi sui dividendi. Per quanto riguarda invece FCA Italy, per la produzione effettuata in Italia, la società versa inevitabilmente nell’erario nazionale. Questa al momento la situazione.

La fusione con PSA fa riflettere più che preoccupare

Il secondo punto su cui ci possiamo soffermare per analizzare la questione è quello del ruolo che lo stato può avere in questo sistema. Abbiamo assistito a un’importante fase di interventismo economico, che ha garantito liquidità soprattutto grazie al ruolo della BCE. Se ne fa una questione di ritardi e tempistiche tipiche dell’Italia. E’ inappuntabile, ma si potrebbe anche discutere di come lo stato si debba rapportare a interessi strategici in termini di occupazione e di sviluppo economico.

Lo stato francese controllerebbe il gruppo PSA (Peugeot) per una quota vicina al 14%. Non si sa bene quanto possa in realtà influire rispetto alle policy aziendali. Ma non possiamo non porci il tema della differenza fra Italia e Francia nella tutela degli asset economici più importanti.

Si stima che con la fusione fra i due gruppi, FCA e Peugeot, la quota francese possa diventare pari al 6,5%. Quanto detto preoccupa comunque i più maliziosi che si chiedono come interessi divergenti fra i due stati di appartenenza possano influire sulla produzione in Italia.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: