Crea sito

Il lavoro nero in Italia: “Un po’ così e un po’ in contanti”

Caporalato

Di Andrea Ceriani

Se ne son sentite dire sempre di ogni riguardo all’argomento-lavoro: “il lavoro nobilita l’uomo”, “L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro” ecc.. Insomma, il lavoro era, è e sarà il nostro compagno di vita. Sì perché l’età pensionabile si spinge sempre più in là, come del resto anche l’età media della prima occupazione, poiché molti datori di lavoro assumono creature mitologiche, gli “apprendisti con esperienza”. Ma quando si parla di lavoro, nel “Bel Paese”, vi è la triste piaga del lavoro nero e del caporalato; ma cosa si intende con questi termini?

Il caporalato è una forma piuttosto antica ma ancora usata, soprattutto per aziende agricole, edili e  ristorazione. Il tutto è spiegabile con un esempio: io proprietario terriero o imprenditore edile metto in giro la voce che mi servono dei braccianti, con discrezione ovviamente. “Alle 8 di lunedì sarò nella piazza X con un furgone, mi servono 8 braccianti”, vengono caricati sul furgone e portati a lavorare, il più delle volte con salari bassissimi (circa 3 euro l’ora) ed ovviamente in contanti liquidati a fine giornata. Gli immigrati sono coloro più propensi a offrire tali prestazioni lavorative, per ragioni legate alla loro indigenza.

Per lavoro nero invece si intende un rapporto di lavoro alla parvenza legale, ma senza in realtà un regolare contratto: il lavoratore sta male? Non viene pagato, il lavoratore va in ferie? Ok ma non viene pagato, il lavoratore si fa male sul luogo di lavoro? “All’ospedale dì che ti sei fatto male a casa”. Si scatena una pandemia mondiale che costringe il 90% delle imprese a chiudere per un paio di mesi? I lavoratori non riceveranno quella tanto desiderata cassa integrazione (che per altro nemmeno i regolari lavoratori stanno percependo), in pratica non vengono pagati.

Vittime di lavoro nero e caporalato

La mancanza di diritti

Buttati lì così, questi fatti nudi e crudi fanno tristezza, ma cosa pensa il datore di lavoro quando “assume” qualcuno in nero? Il datore di lavoro così facendo non paga le tasse derivanti dall’assunzione di un lavoratore, e come si tutelano quindi per evitare multe salate? Non se ne curano il più delle volte, oppure offrono il contratto a chiamata, così possono pagare qualche ora in regola e qualche ora “te la liquidiamo in contanti” (non usano mai le parole “in nero”).

Non avendo un contratto, il lavoratore non ha nemmeno diritto ad altri privilegi quali ad esempio le mensilità aggiuntive: tredicesima (obbligatoria) e quattordicesima (se l’azienda la prevede), al trattamento di fine rapporto e all’indennità di disoccupazione, insomma, non ha diritto a ciò, che di diritto spetta ad un regolare lavoratore.

Le categorie che più “ci cascano” a questo tipo di proposta lavorativa sono i giovani che studiano ad esempio, perché “lavoro per tirar su qualche soldino, tanto non è il lavoro della mia vita”, coloro che non lavorano da troppo tempo e che quindi si accontentano “o così o non trovo più nulla”, e i pensionati che vogliono arrotondare l’indennità pensionistica mensile.

Lavoro nero e possibili soluzioni

Ma ora i numeri: i dati Istat del 2017 espongono il fatto che il lavoro irregolare nel nostro paese incide per circa 211 miliardi. Non sono pochi, specialmente in questo periodo in cui l’Italia, l’Europa e il Mondo intero stanno affrontando una delle più gravi crisi economiche mai viste. Generalmente chi lavora in nero non ha soldi da parte, o ne ha proprio pochi che non gli basteranno per tirare avanti 2 mesi senza lavorare.

È inutile dire che l’economia tricolore è tra le più fragili in Europa, visto il malcontento diffuso in tutte le regioni, specialmente in questo momento e specialmente per coloro che percepiscono stipendi irregolari.

Quelle sopracitate sono solo parole e qualche numero, c’è una soluzione? Probabilmente sì: controlli stringenti per le imprese, sanzioni esemplari, disposizioni severe contro la corruzione di agenti (GDF, Carabinieri, Polizia di stato, nessuno escluso) pagati per tacere o addirittura minacciati, non sono pochi.

Scendere in piazza è efficace (ma ancora non consigliato visti i tempi), fa arrivare il messaggio ai “potenti”, ma sarebbe utile farlo non solo per manifestare la propria indignazione, aizzati da partiti politici che tentano di riprodurre il “Putsch di Monaco” in un momento in cui un colpo di stato sarebbe piuttosto fuori luogo.

Sarebbe utile protestare contro quegli sfruttatori che pagano una persona 3 euro l’ora, contro coloro che dicono “Dì che ti sei fatto male a casa” e coloro che oltre a pagare in nero pagano con mesi di ritardo e per coloro che hanno il potere di fermare questo supplizio silenzioso, ma che intimiditi o corrotti si dimostrano incapaci di fronteggiare a muso duro questa piaga che danneggia l’economia di tutti.

Braccianti con lavoro nero

Il lavoro nero nella pandemia

Il 1 maggio è stata la Festa dei Lavoratori. I nostri antenati hanno combattuto per questi diritti, a nessuno piace lavorare 15 ore al giorno, a nessuno piace prendere la mazzetta a fine mese, o non prenderla perché “non c’è nulla di scritto quindi sparisci!”.

Il lavoratore ha dei diritti pensati per fronteggiare situazioni di emergenza come quella in corso. Il lavoratore irregolare non gode di questi diritti, e adesso si ritrova matematicamente senza liquidità per vivere in modo dignitoso, ma non è colpa sua, la disperazione spinge gli uomini ad accettare la mazzetta a fine mese o a fine giornata.

Quindi se il rapporto di lavoro si divide in azienda e lavoratore, e non è colpa di quest’ultimo, il cerchio si restringe drasticamente a coloro che offrono prestazioni lavorative irregolari, non pagando le tasse e danneggiando un sistema economico che appartiene a tutti i cittadini di un qualsiasi paese.

Elaborazione in corso…
Fatto! Sei nell'elenco.
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: