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Da Lincoln a Renzo Piano: l’Italia, una e indivisibile

Di Andrea Ceriani

Ieri, 28 aprile 2020, l’Italia ha assistito all’innalzamento dell’ultima campata del Nuovo Ponte Morandi e, sempre ieri, Renzo Piano, artefice del progetto, si è espresso in videoconferenza al Tg1; non un discorso politico, non un discorso scientifico, non un discorso da architetto addirittura, non un miracolo, “Non ci credo”.


Un discorso motivazionale, un inno alla reazione che il nostro paese dovrà intraprendere, un inno all’unità nel discorso di un architetto, un architetto quindi che non è solo formule, calcolo della portanza, della statica ecc., ma il monologo di un patriota, il monologo di un orgoglio italiano che ha insegnato al mondo a progettare, a costruire, a ripartire dai propri sbagli.
“Erigere un ponte è una bella cosa, poiché è il contrario dell’erigere muri”, la repentina ricostruzione è simbolo di ripartenza è vero, ma molti non hanno afferrato quest’altra immagine evocata dall’architetto.


In questi giorni, l’emergenza è sanitaria, fa obiettivamente male sentire il continuo crescere delle vittime; l’emergenza è anche economica, poiché fa male sentire la povertà che dilaga, i soldi che non arrivano, i banchi dei pegni presi d’assalto e le piccole polveriere rivoltose che iniziano ad accendersi dove la povertà inizia a fare da padrona.
L’emergenza però è anche politica, poiché il nostro paese è da sempre spaccato a metà, come due rive opposte di un fiume: la destra da una parte, la sinistra dall’altra, e cosa fanno? Si “scannano” a ritmo di oratoria di fuoco e discorsi atti a denigrare l’altro.
Le peggiori guerre civili sono iniziate con l’opposizione di due fazioni, per motivi ideologici, economici, religiosi.

Mappa degli Stati Uniti durante la Guerra di secessione


Vi sono moltissimi esempi citabili: i nordisti e i “sudisti bifolchi” nella guerra civile americana, la presa di potere di Pinochet, musulmani e cristiani ortodossi in Bosnia ed Erzegovina, insomma, citarne tre per non volerne elencare cento volte tante.
Queste fazioni contribuiscono a plasmare per sempre la mentalità delle persone. Per esempio un newyorkese continua a guardare con diffidenza un texano a distanza di 155 anni esatti dalla fine della guerra civile, in Bosnia gli effetti della guerra ancora sono visibili, basta citare il fatto che a Mostar una strada divide la città cristiana da quella musulmana. Pinochet invece ha preso il potere con le armi, nonostante il differente orientamento politico del paese.


Siamo dunque abitanti di uno di quei paesi in cui anche al proprio interno, per un motivo o per l’altro, alcune persone instaurano il germe dell’odio nella mentalità dell’italiano. Ciò è dovuto senz’altro al fatto che per secoli il nostro paese è stato diviso e dominato da potenze straniere: a Firenze è ancora molto di moda il detto “meglio un morto in casa che un pisano all’uscio” per esempio. Distanza tra le due città? 85 chilometri, non un abisso dopotutto.
Lo stesso Abramo Lincoln disse parole molto attuali, parole che vorremmo vedere uscire dalle bocche dei nostri leader, parole che inneggiano all’unità, parole molto semplici, cosi che anche la gente comune potesse capirle: “We are not enemies, but friends, we must not be enemies…”. Queste parole non sono solo derivanti dal film “American History X”, in cui il protagonista le cita come aforisma-ad-effetto-finale per il suo tema, queste parole sono uscite dalla bocca di un leader 134 anni prima dell’uscita del film.

Edward Norton in American History X


Oggi, Renzo Piano ha detto le parole citate all’inizio, per far capire che “L’Italia è una e indivisibile”, che la costruzione di un ponte deve quindi far sì che la riva destra e la sponda sinistra possano unirsi, almeno per fronteggiare questa situazione, abbattendo quindi il muro e costruendo un viadotto che possa collegarci e dare un senso alle parole di Lincoln, che oggi sono più attuali che mai.Hanno eliminato una parte del nostro inno:


Noi siamo da secoli
Calpesti, derisi,
Perché non siam popolo,
Perché siam divisi.
Raccolgaci un’unica
Bandiera, una speme (speranza)…


Molti non la sanno questa parte. La divisione interna non è che un altro mezzo per aggravare una situazione in corso già grave di per sé, come direbbe il nostro Alberto Angela, “Una tragedia nella tragedia”.

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