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L’arte di cui nessuno parla: gli affreschi della Chiesetta di Santa Maria Del Soccorso a Uboldo

arte affreschi a Uboldo

L’arte italiana (e non solo) si divide fondamentalmente in tre sottocategorie:

– Opere conosciutissime tanto da diventare vere e proprie icone (“Il quarto stato” di Pellizza da Volpedo fino a poco tempo fa si trovava riprodotto sulla tessera di una nota associazione sindacale);

Opere conosciute ma considerate “poco importanti”;

– Opere conosciute solo da studiosi e da un manipolo di appassionati.

45.627340,8.996184. Possono essere numeri senza alcun senso, ma in realtà sono delle coordinate che ci portano in un sito rurale in cui è possibile ammirare degli spettacolari affreschi, poco studiati e trascurati sia dagli studiosi sia dagli stessi cittadini di Uboldo, paesino di circa diecimila abitanti nella provincia di Varese.

Questi affreschi meriterebbero maggiore attenzione, sia dal punto di vista degli studi, dato che l’artefice ne è ancora fondamentalmente ignoto, sia dal punto di vista della cura, visto che la struttura della chiesetta e gli affreschi vertono in un fatiscente stato di degrado.

Il comune di Uboldo ha preso forma dalle quattro cascine che si trovano agli estremi del paese e, dirigendosi a nord, verso Gerenzano, percorrendo la via A. Dell’acqua, e girando a sinistra subito dopo un cavalcavia, è possibile trovare una di queste.

La chiesetta del soccorso è, come moltissime chiesette rurali, una costruzione piccola, minimale e poco sfarzosa, risalente probabilmente agli anni tra il 1450 e il 1500.

Chiesetta di Santa Maria del Soccorso

I due affreschi che verranno trattati si trovano nell’abside dell’edificio: Il più articolato presenta una Madonna in trono, la cosiddetta “Madonna del latte”, contornata da una schiera di santi mentre, posto sopra l’altare, vi è un affresco meno articolato ma dall’iconografia piuttosto controversa, incerta e misteriosa.

Primo affresco

Per quando riguarda il primo citato, abbiamo una raffigurazione della Vergine che allatta il bambino contornata da una schiera di santi: da sinistra abbiamo la rappresentazione di San Cristoforo che porta in spalla Cristo (etimologicamente “Cristoforo” significa “portatore di Cristo”). Nell’affresco dunque il bambino è rappresentato 2 volte.

Alla sua sinistra abbiamo San Rocco mentre ci mostra le piaghe accompagnato dal cane, tratto tipico della sua iconografia.

Tra San Rocco e San Cristoforo, abbiamo un uomo vestito di bianco inginocchiato ai piedi della Vergine in trono, rappresentato in dimensioni ridotte rispetto agli altri componenti dell’affresco. Quest’iconografia è tipica del committente di un’opera, ovvero, posto in proskynesis (prostrazione) rispetto al trono. Basta guardare ad esempio la “Pala Montefeltro” di Piero della Francesca, che presenta il duca Federico inginocchiato davanti alla Vergine. Il personaggio prostrato è, in questo caso un nobile signorotto, componente della casa Crivelli, i principali feudatari e proprietari terrieri del paese in epoca medievale, rinascimentale e barocca.

Al centro vi è la Vergine intronizzata che allatta il bambino; alla sinistra della Vergine abbiamo san Sebastiano durante il supplizio, e, all’estrema destra dello spettatore, Sant’Antonio abate rappresentato con il maiale/cinghiale il cui grasso è, secondo la tradizione, curativo per i malati di fuoco di Sant’Antonio.

Tutte le figure che compongono questo primo affresco sono rappresentate con la loro tipica iconografia.

affreschi della chiesa in provincia di Varese
Affresco, parete di fondo dell’abside

Secondo affresco

Sopra l’altare, abbiamo il secondo affresco: una figura misteriosa contornata da una cornice circolare, un sole, da sempre simbolo della potenza divina in molte religioni.

L’iconografia potrebbe ricordare il cristo Pantocratore, tipico dell’iconografia bizantina. Eppure questa misteriosa figura non ha l’età di 33 anni, infatti è visibilmente più in là con l’età e potrebbe quindi essere una rappresentazione di Dio con l’iconografia tipica, che prevede lunghi capelli bianchi e lunga barba anch’essa canuta.

 Soffermandosi su ciò che tiene in mano, potrebbero non esserci dubbi sul fatto che sia Dio, poiché tiene in mano un globo crocigero tripartito (l’iconografia di Cristo non lo prevede se non in rarissime occasioni), che in vari dipinti troviamo tra le mani anche di imperatori e papi. Il globo è quindi un simbolo di potere religioso assunto però anche da autorità laiche per mostrare la loro discendenza divina.

Il globo crocigero è stato introdotto per la prima volta nel V secolo dall’iconografia bizantina sulle monete che rappresentavano la figura dell’imperatore, il quale lo teneva con una mano, e qualche altro simbolo religioso, come ad esempio la croce, nell’altra.

Con l’altra mano, questa figura fa il segno della trinità, gesto tipico di Cristo, ma non di Dio, almeno nella tradizionale iconografia cristiana.

Affreschi della chiesa in provincia di Varese
Secondo affresco situato sopra l’altare

Dibattito riguardante l’attribuzione

L’attribuzione di questi affreschi, rimane ancora oggi un mistero, poiché sulla base del trono troviamo una firma più o meno significativa, con una datazione: 1507.

Questa firma, che riporta “Berna..us de..vagis”, darebbe la paternità dell’opera a Bernardino Luini, che nel 1507 stava già lavorando al santuario di Saronno, a pochi chilometri da Uboldo.

La seconda ipotesi attribuirebbe la paternità di quest’opera ad un certo Bernazzano, interpretando la firma come “Bernazzanus de covagis”, artista milanese. Egli viene citato da Vasari nelle sue “Vite”, però non se ne conosce nemmeno la provenienza.

Vasari molto brevemente lo descrive nella vita di Dosso Ferrarese e parla di Bernazzano come “abile paesista” che dipinse numerosi paesaggi anche per Cesare da Sesto.

L’attribuzione a Bernazzano è una tesi molto accreditata, infatti: anche se a un’analisi visiva l’opera potrebbe essere ricollegata al Luini, un altro elemento potrebbe invece ricondurre l’opera a Bernazzano, ovvero la finissima rappresentazione del paesaggio.

Considerazioni

Pochi conoscono quest’opera, a causa dello stato di degrado in cui verte, a causa degli scarsi studi condotti ed a causa della posizione geografica periferica ed ormai residenziale che certo non la favorisce.

In mancanza di documenti d’archivio, l’attribuzione rimane in ogni caso tutt’ora un mistero da risolvere, nella speranza che ulteriori studi possano essere condotti per ricostruire la storia di un’opera di così fine fattura che meriterebbe gli occhi di centinaia di turisti ogni anno.

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